Claudio ritorna in carcere (Il Mattino)

«Quelli non vedono l’ora di rimettermi in galera»

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Prima le risposte attraverso il fratello, poi il racconto-fiume sull’uscio di casa
Il tempo trascorso lungo il Po e la sua “verità” concessa nonostante gli obblighi

(Enrico Ferro)
Venerdì 3 marzo 2017, ore 11.15. Il sole di marzo rischiara l’orizzonte e a Porto Levante, sul Delta del Po, si respira aria di primavera. Da un terrazzo del residence “Le Bitte” c’è una persona che si gusta quell’orizzonte dopo 252 giorni di carcere. Quella persona è l’ex sindaco di Abano Luca Claudio, scarcerato il giorno prima alle cinque del pomeriggio e trasferito agli arresti domiciliari. Non a Montegrotto, dove abita. Nemmeno sui Colli, dove aveva chiesto. Lo mandano distante, il più distante possibile. Un’indagine della Guardia di finanza lo inquadra al centro di un “sistema” a base di tangenti. Si parla di corruzione e concussione ma c’è di più. Il giudice nell’ordinanza descrive Abano come un paese “senza anticorpi”, in cui “tutti sapevano e nessuno denunciava”. È il motivo per cui Luca Claudio, nel suo paese, non ci può stare. Men che meno ora, con le elezioni amministrative alle porte. Per lui è stato scelto Porto Levante, località a 70 chilometri da Padova.
Venerdì 3 marzo 2017, ore 11.20. Da quel terrazzo si affaccia Marco Claudio, fratello di Luca. Hanno trascorso insieme la notte nel mini appartamento preso in affitto per scontare i domiciliari. Hanno bevuto, hanno brindato. E a quell’ora del mattino sono ancora ebbri. Ebbri di libertà.
“In Italia è tornato l’esilio grazie a Luca Claudio”. È Marco che parla appoggiato al parapetto ma le risposte sono quelle di Luca, che invece se ne resta in casa. L’ex sindaco-prodigio, riconfermato quattro volte consecutive prima alla guida del Comune di Montegrotto e poi a quello di Abano, è conscio della situazione. Ha assaggiato la galera e sta respirando le prime boccate di libertà dopo 9 mesi dietro le sbarre. Sa di avere tutti gli occhi puntati addosso, è consapevole dell’aria che tira. Si trattiene, o almeno ci prova. Da lontano si sente la voce che esce da quel cucinino. Ma è una voce che vuole arrivare lontano. E allora, forse, vale la pena varcare quel cancello, salire le scale, affacciarsi a una porta che è aperta. “Io non posso parlare con la stampa, perché quelli non vedono l’ora che faccia un passo falso per rimettermi in galera” dice dall’uscio di casa, con le infradito ai piedi, i jeans strappati, la corona da rosario al collo e i tatuaggi in mostra sulle braccia.
Ma il silenzio non è roba per lui. Le luci della ribalta gli mancano da morire. Per nove mesi non ha fatto altro che parlare con ladri, spacciatori e rapinatori. Nessun bagno di folla, nessun discorso dal pulpito. L’animale da palcoscenico, ora, schiaccia il politico agli arresti domiciliari. Lo annienta. Così Claudio diventa poco a poco un fiume in piena e viene fuori tutto ciò che ha dentro.
Sul carcere: “È un inferno”. Sull’inchiesta: “Colpiscono me solo perché non ho partiti alle spalle”. Sulle tangenti: “Sono innocente”. E anche sugli arresti domiciliari: “Mi hanno mandato in esilio”.
Tira fuori tutto ciò che gli passa per la testa, parla dei figli, della detenzione. Gli occhi si fanno rossi, mentre sostiene di essere un rivoluzionario. E si batte il pugno sul petto, quando dice che lui quella rivoluzione l’ha persa. Quale rivoluzione? “Quella di un uomo delle istituzioni che ha indossato la fascia tricolore. Un uomo che ce l’ha fatta senza amici onorevoli o partiti alle spalle”, ripete fiero come quando parlava alle conferenze stampa. “Ma io non posso parlare, non posso proprio, non ora. Parlerò quando sarò in grado di mostrarvi le carte”. Gli viene tutto dal cuore. Non ha filtri. “La discarica di Giarre? Ma vi rendete conto che gli altri in trent’anni non hanno fatto niente? Io stringo l’accordo per bonificarla e quelli mi accusano di aver preso la tangente”. Il tempo passa rapidamente, l’ex sindaco parla a ruota libera e il registratore vocale di un iPhone memorizza tutto. Il fratello Marco continua a fare pulizia nell’appartamento con il sorriso sulle labbra: “Se scrivi una parola ti vengo a prendere a casa”.


Solo quattro giorni di libertà nel residence di Porto Levante. Ieri pomeriggio i finanzieri lo hanno lo hanno riportato al due Palazzi

(Cristina Genesin)
Nemmeno quattro giorni di quasi libertà. E il sindaco-pirata delle Terme Luca Claudio, è tornato di nuovo dietro le sbarre. Da ieri alle 17 è in una cella del carcere circondariale Due Palazzi, lo stesso che aveva lasciato nel pomeriggio di giovedì per trasferirsi agli arresti domiciliari in un appartamento a Porto Levante, la frazione rodigina di Porto Viro. Un ritorno “in gabbia” atteso e prevedibile dopo l’intervista-fiume rilasciata al mattino di Padova. S’era paragonato al Messia: «Mi hanno distrutto. Io avevo dalla mia il popolo ma il popolo ha aspettato il Messia, lo ha ammazzato e poi lo ha fatto santo». S’era dipinto come l’uomo in lotta contro i potenti: «Ero diventato l’esempio che si può fare strada anche senza avere alle spalle poteri forti». Infine non s’era trattenuto sul merito dell’inchiesta che ha smantellato quel sistema di corruzione di cui è stato inventore e beneficiario: «Non c’è un solo passaggio in cui si prova che io abbia preso dei soldi».
Pubblicata l’intervista, immediata la reazione della procura, guidata da Matteo Stuccilli. E già sabato sul tavolo del gip Tecla Cesaro (lo stesso giudice che aveva concesso i “domiciliari”) è arrivata la richiesta di aggravio della misura. E l’unico possibile aggravio, era il rientro forzato in cella. Fino alle prime ore di ieri pomeriggio silenzio totale da parte degli inquirenti. E nessun commento dai difensori di Luca Claudio (il penalista Ferdinando Bonon e il professor Giovanni Caruso). Ma era evidente che quell’uscita pubblica avrebbe avuto conseguenze pesanti. Sempre ieri di buon’ora incontro di lavoro tra il procuratore e il pm Federica Baccaglini, titolare delle inchieste sulle mazzette alle Terme, mentre il gup Cesaro era impegnata a lavorare su un provvedimento urgente. Provvedimento che, intorno alle 14.30, è stato trasmesso per l’esecuzione e dal comando della Guardia di Finanza sono partite due auto-civetta (sette uomini guidati dal tenente colonnello Luca Lettere, comandante del Gruppo Gdf di Padova): direzione Porto Levante. Quando Claudio ha visto gli investigatori, ha capito tutto. Rabbia trattenuta a stento, disperazione, preoccupazione. Solo pochi minuti per rifare la valigia e, di fronte ai familiari che stavano con lui, è salito in macchina. Stavolta in silenzio.


Ha violato le prescrizioni imposte dal gip
Il procuratore Stuccilli e il pm Baccaglini hanno chiesto e ottenuto l’aggravio della misura cautelare

(cri.gen.)
«Violazione delle prescrizioni imposte dal gip»: ecco il motivo che ha rispedito dietro le sbarre l’ex sindaco-pirata delle Terme in base alla nuova misura cautelare firmata ieri dal gip Tecla Cesaro. Sono stati il procuratore di Padova Matteo Stuccilli con il pm Federica Baccaglini a sollecitare l’aggravio della misura per Claudio di fronte all’intervista rilasciata al mattino a nemmeno 24 ore dalla ritrovata (quasi) libertà. Un aggravio giustificato dal fatto di aver calpestato i limiti che gli erano stati imposti con i domiciliari. E che sono stabiliti per tutti i detenuti che beneficiano della possibilità di scontare la pena nella propria casa o in un’abitazione privata fuori dalla struttura penitenziaria. Il primo divieto di regola prescritto? Vietato parlare con gli estranei, stampa compresa. Per Claudio, il gip aveva ammesso solo contatti con i difensori e i familiari più stretti (moglie e figli, fratello e sorella, genitori). Per il resto, avrebbe dovuto comportarsi come se si trovasse in carcere, pur usufruendo delle comodità “domestiche”. Ma è andata diversamente. Nel provvedimento che ha rispedito in cella Claudio, il giudice ha ritenuto di estrema gravità il fatto che l’ex sindaco abbia parlato già l’indomani dalla “scarcerazione” non limitandosi a uno sfogo sulla condizione di detenuto, i problemi di sovraffollamento del carcere, il dramma umano vissuto per la forzata lontananza dalla famiglia e dai figli. Non è escluso che se Claudio si fosse limitato a quel tema («Ero in cella con delinquenti di tutti i tipi: 30 metri quadrati in sette…»), la procura avrebbe potuto anche soprassedere. Tuttavia Claudio non s’è trattenuto: ha parlato di una giustizia a doppio binario («Galan ha scontato qualcosa più di tre settimane. E parliamo del Mose… A me hanno notificato un arresto il 24 dicembre. E ad aprile prossimo vado a processo»). E ha attaccato («Bastano tre persone che dicono “sei un ladro” e diventi un ladro»), nonostante abbia concordato un patteggiamento a 4 anni di reclusione per induzione indebita a dare o a promettere utilità (concussione per induzione), corruzione, concussione e turbativa d’asta. Irrefrenabile come quando, pur consapevole di essere nel mirino della procura, fece tappezzare Abano di manifesti con la sua faccia in primo piano e la scritta provocatoria “Io sono innocente” a poche settimane dalle elezioni che lo incoronarono, ancora una volta, vincitore. E dal primo clic di manette del 23 giugno 2016.

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7 marzo 2017

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